Napoli è vuota? O non sappiamo dove rivolgere il nostro sguardo?

Da quando ne ho memoria mi è sempre stato detto di andare via, di andare all’estero. Ad ogni pranzo e cena familiare appena mi si chiede del futuro, senza neanche darmi spazio di finire mi viene detto “vai all’estero!” E così la zia di turno, come fosse il momento della sua battuta a teatro, pronuncia la fantomatica parola “estero” e con un enfasi quasi religiosa, facendosi scivolare la lingua sulla doppia elle, agganciandola perfettamente alla e iniziale, riesce a formare una parola sola: allestero e da lì come un richiamo tutti si voltano verso di lei. La platea di parenti acconsente, applaude, fischia e guardandomi ripete in coro allestero allestero, “si se io avessi potuto”, “ai miei tempi”, ma con la leggerezza di chi non sa bene cosa voglia veramente dire andare via. Allestero: questo fantomatico paese dei balocchi in cui tutto è possibile e ogni desiderio è magicamente realizzabile. E allora dopo pranzi su pranzi mi sono convinta anche io che fosse il luogo giusto per me, perchè qui a Napoli non puoi, perchè Napoli è vecchia e “non sta al passo con i tempi”.

Ma a questo punto mi viene da chiedere: e se provassimo a strappare ai tempi il complicatissimo onere di decidere qual è il passo giusto da tenere e iniziassimo a farlo noi? Tentare di scegliere noi il ritmo, la velocità e la distanza del nostro passaggio, potremmo iniziare ad ammirare, senza dover pensare solo a cronometrare il nostro andamento per renderlo perfettamente allieato a quello di questi maledettissimi tempi!

In una società di master, dottorati e double degree, che ti fanno pensare che andare e non tornare mai sia la scelta più ovvia, qualche settimana fa ho passato la domenica all’Umoya – Natural Experience per il secondo anniversario di Bodhi movement. Durante il pomeriggio sono state esposte le opere di giovani artisti campani, con cui ho fatto lunghe e arricchenti chiacchierate, che mi hanno avvolta in un sapore di speranza per Napoli. Tra questi mi hanno colpito particolarmente le collezioni Martina Rosalba e Carmen di Sarno, due giovanissime Fashion Designer e Fashion Stylist, che hanno studiato alla Vanvitelli e vissuto per un anno in Cina. 

Carmen

Carmen mi ha raccontato dei suoi progetti realizzati in Cina, tra cui Re-yǔsǎn. Dal cielo urbano alla pelle umana e (ID)ENTITAS. Guardandoli, si percepisce l’eco della sua esperienza cinese, che lei stessa descrive come un momento di libertà, in cui ha potuto esprimere la propria sensibilità artistica senza dover negoziare con lo sguardo altrui. Il progetto che mi è arrivato di più forse è Re-yǔsǎn, un’opera di upcycling nata da una semplice domanda quotidiana: che fine fanno tutti gli ombrelli che affollano le strade lì in Asia? 

Nella città di Sichuan, grande polo produttivo della Cina, questi oggetti vengono fabbricati su larga scala e utilizzati quotidianamente, sia con il sole che con la pioggia. Recandosi lì e riuscendo ad ottenere tutti i materiali di scarto della produzione degli ombrelli, ha realizzato una collezione di giacche. I bottoni, in realtà pomelli degli ombrelli, riprendono la chiusura della tipica giacca tradizionale cinese Tangzhuang.

Instagram: @carmendisarno_

In questo processo, la materia non resta mai uguale a se stessa: cambia funzione, si trasforma, acquista un nuovo senso. Ogni elemento continua a vivere attraverso nuove configurazioni, in un dialogo tra culture diverse ma tenute insieme dalla manifattura napoletana. Infatti, se il progetto nasce in Cina, la produzione è interamente realizzata a Napoli, sostenendo il valore del made in Italy come patrimonio inestimabile.

Martina

Martina, invece,  mi ha raccontato della sua collezione, di cui erano esposti due completi: nest-in, in cui “nest” significa nido e “in” inclusione. In realtà il progetto nasce da una co-creazione con dei bambini neurodivergenti provenienti da culture e contesti differenti: la Cina, il Messico e l’Italia. La domanda da cui parte il progetto è chiave: “può la moda nascere dai disegni dei bambini e trasformarsi in uno spazio di inclusione?

Instagram: @imartinaros

Martina ha, dunque, chiesto loro 3 cose: come ti senti quanto abbracci qualcosa di morbido? come ti senti quando hai un mantello? Disegna le tue emozioni tramite delle linee. La prerogativa principale era l’assenza di limiti per gli artisti! Né di colori, né di forme, né di dimensioni.

Ciò che è venuto fuori è stato poi interpretato dall’intelligenza artificiale, creando dei pattern, che poi Martina ha disegnato con l’acrilico su seta tailandese (un materiali sostenibile) cercando di non distaccarsi dalla loro spontaneità.

Spalle larghe, ampie maniche, cuciture non invasive, mancanza di bottoni: i volumi e la struttura dell’abito sono simboli di protezione, riprendono il concetto di nido per chi li indossa

Il suofil rouge è sicuramente la moda come spazio di accoglienza, un capo ci avvolge e deve farci sentire a nostro agio mentre ci protegge nella nostra quotidianità. Martina anche nel suo lavoro triennale ha ripreso questo concetto, avendo sofferto da piccola di epilessia, ha creato una giacca nera con delle patch metallizzate, che creavano un effetto specchio senza che però questo potesse risultare invasivo. 

I Vestiti sono il modo con cui ci presentiamo al mondo

I vestiti sono il modo con cui ci presentiamo al mondo, e ci muoviamo nello spazio, ci accompagnano in ogni nostra noiosissima azione giornaliera e quasi come un rituale li scegliamo, li indossiamo, li laviamo e li indossiamo nuovamente. Come potrebbero quest’ultimi non raccontare di noi? 

Per molto tempo la moda è stata vista con sospetto, come se interrogandosi filosoficamente quest’ultima fosse solo una perdita di tempo, mentre la moda è l’unica forma d’arte capace di mutare la percezione che abbiamo di noi stessi in un attimo, senza bisogno necessariamente del piano contemplativo.

Partire per ritornare arricchiti

Le storie di Carmen e Martina mostrano che partire non significa abbandonare, ma trasformarsi. Andare via diventa un modo per arricchirsi, per aprire lo sguardo, per poi tornare con qualcosa di nuovo da condividere. Dunque dopo questa chiacchierata è venuto fuori che Il desiderio fondante delle due Fashion designer che ho intervistato è  quello di correre via, lasciandosi rapire con entusiasmo dal nuovo, per poi riportarlo qui, permettendo all’artigianalità italiana di crescere ancora.

Forse, allora, la domanda non è più se Napoli sia ferma.

La vera domanda è: siamo ancora capaci di riconoscere dove sta davvero accadendo qualcosa?

Emiliana Trasi

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