Intervista sugli stereotipi di genere. un progetto universitario dell’Università Federico II di Napoli
Qualche giorno fa due mie care amiche, Marianna Ferone e Maria Francesca Grimaldi, mi hanno intervistata per un progetto universitario. Entrambe frequentano il corso di laurea magistrale in Psicologia clinica e dello sviluppo alla Federico II di Napoli e, per l’esame di Studi di genere, hanno realizzato un materiale multimediale dedicato agli stereotipi di genere. Domande semplici, dirette, quanto profondamente provocatorie: cosa significa essere uomo o essere donna? Cosa suscita l’immagine di un uomo che svolge le faccende domestiche o di un gruppo di donne che ricoprono ruoli di responsabilità in un’azienda?
Ha ancora senso parlare di “essere uomo” o “essere donna” oggi?
A questo punto mi sono chiesta: Ha ancora senso parlare di “essere uomo” o “essere donna” oggi? Qualsiasi risposta rischia di cadere nel cliché, in quell’insieme di caratteristiche che crediamo arcaica. Eppure basta guardare i dati per capire che questi modelli sono ancora profondamente radicati nella nostra società.
Secondo l’ISTAT, infatti, tra i giovani persistono stereotipi molto forti: il 56,4% ritiene che per una ragazza la bellezza sia più importante che per un ragazzo; il 21,2% continua ad associare agli uomini una maggiore predisposizione per le discipline scientifiche e tecnologiche; quasi un giovane su quattro (24,9%) pensa che gli uomini siano meno capaci di occuparsi delle faccende domestiche.
Sono percentuali che raccontano una realtà ben diversa da quella che immaginiamo. Ed è impossibile non legare questi dati al problema della classe sociale. Già Virginia Woolf ci insegnava che è impossibile separare le discriminazioni, infatti esse sono concatenate, intrecciate tra loro, sostenute da un sistema di credenze posticce costruito e mantenuto nel tempo, che affonda le sue radici anche nella disuguaglianza economica. La sua celebre affermazione: «una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi» non è soltanto una riflessione sulla condizione femminile, ma una vera e propria analisi intersezionale ante litteram, che legando il genere all’economia mostra come l’autonomia materiale sia una condizione imprescindibile per la lotta femminista.
Siamo ancora pronti a giudicare uomini e donne attraverso aspettative differenti
Nella mia bolla spesso penso di vivere in una società emancipata, ma rispondere a queste domande e ascoltare le altre interviste mi ha fatto capire quanto in realtà siamo ancora pronti a giudicare uomini e donne attraverso aspettative differenti, che apparentemente riguardano solo il genere, ma che sottendono il giudizio alle possibilità concrete di accesso alle risorse, all’istruzione e al lavoro.
Mi è stato chiesto: ti sei mai sentita non conforme alle aspettative che impone il tuo genere? Di getto ho risposto: “sì e il più delle volte perchè le ragazze nell’immaginario collettivo devono essere quiete, pacifiche, insomma comode in tutto e per tutto.” Mi sovviene alla mente la grande maestra Michela Murgia, che suo libro Stai zitta, mostra come questi stereotipi non siano semplici opinioni individuali, ma strutture culturali che influenzano il linguaggio, il lavoro e perfino il modo in cui ascoltiamo le persone. Scrive che alle donne è stato a lungo concesso un “pensiero afono”: possono avere idee, competenze e opinioni, ma tenersele per sè, perché la loro voce è considerata intrinsecamente meno autorevole. Non è un caso che, ancora oggi, nei momenti di crisi economica siano soprattutto le donne a pagare il prezzo più alto: in molti settori, circa l’80% dei posti di lavoro persi riguarda lavoratrici. È il segno di un mercato del lavoro in cui la posizione femminile continua a essere più fragile, se c’è da licenziare le donne sono in prima linea.
L’idea di mascolinità che abbiamo costruito nel tempo
Ma parlare di stereotipi di genere non significa parlare soltanto delle donne. Significa interrogarsi anche sull’idea di mascolinità che abbiamo costruito nel tempo. Per troppo tempo agli uomini è stato concesso un unico modo di essere: forti, competitivi, razionali, poco inclini a mostrare emozioni, economicamente realizzati e persino conformi a determinati canoni fisici, come quello di dover essere necessariamente più alti della propria compagna. Chi si discosta da questo modello rischia ancora oggi di essere giudicato.
Liberare gli uomini dalla gabbia della mascolinità
È forse questa la riflessione più interessante proposta da Michela Murgia: la rivoluzione non consiste soltanto nel liberare le donne dagli stereotipi, ma anche gli uomini. Come scrive lei stessa, il vero regalo che possiamo fare ai maschi è dire loro che fino a oggi potevano essere uno solo, mentre da ora possono essere molti di più. Possono essere fragili senza sentirsi deboli, empatici senza mettere in discussione la propria intoccabile virilità, padri presenti senza essere definiti “mammi”.
Ricordo che la celebre attivista in un suo monologo ci spiegò come le parole davano forma al mondo. Ci mise in guardia, chiedendoci con urgenza di stare attenti alle parole con cui ci etichettano come donna, omosessuale, grasso, basso, magro, perchè ciascuna di queste rivela il rapporto di potere che gli altri hanno con noi e se quel rapporto di potere è in dislivello bisogna lottare anche contro la parola stessa. “Noi non chiamiamo le cose per come sono, noi le chiamiamo per come siamo”, dunque ogni parola cela lo scarto che c’è tra le nostre aspettative di realtà e chi abbiamo di fronte. Come fare a resettare questo paradigma? Forse per me un passo è imparare a basare le nostre relazioni sull’empatia e non il distacco, solo in questo modo possiamo connetterci ai rapporti azzerando le imponenti aspettative sociali.
Alla fine dell’intervista ci è stato chiesto di rappresentare l’esperienza con una parola o un simbolo. Io ho scelto una frase di Samuele Bersani, tratta da Ex & Xanax:
“E su di me puoi contare per una rivoluzione.”
L’ho scelta perché credo che il cambiamento di cui abbiamo bisogno sia prima di tutto culturale. Una rivoluzione fatta soprattutto di educazione al linguaggio. Una rivoluzione non solo in senso stretto, ma che mi metta in connessione con altro, per conoscerlo, capire la sua storia aldilà di ciò che gli ha donato la gentilissima madre natura.
Mi chiamo Emiliana Trasi, ho 22 anni. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università Federico Il di Napoli, sto proseguendo gli studi in Management del Patrimonio Culturale.
Scrivo di riflessioni su eventi culturali, in particolare ricerco contaminazioni tra le arti nella scena napoletana.
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