Il Cimitero delle Fontanelle
Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani;
e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi.
Ugo Foscolo, Dei sepolcri
Entrando mi sento osservata, eppure sono arrivata qui per guardare e non il contrario. Mi sistemo i capelli spasmodicamente, mi giro e passeggio tra le gallerie di tufo, ma non posso fare a meno di sentire una sensazione di piacevole sconforto. In realtà tutto pare essere così sotto controllo: sono le 11 e 45, è il mio turno! La guida chiama il gruppo e siamo pronti per ascoltare tramite cuffiette le antiche storie di questo luogo. Sono venuta qui per scoprire il passato, ma non riesco a scrollarmi da dosso l’impressione che ora sono io a dovermi raccontare a loro. Ma loro chi?

Mi spiego meglio….
Nel Rione Sanità a Napoli ha da poco riaperto un antico luogo senza tempo: il Cimitero delle Fontanelle, un archivio sotterraneo che porta con sé misteriose leggende della tradizione napoletana. Il nome “Fontanelle” deriva da piccole sorgenti d’acqua che correvano tra le rocce di tufo della cava, le quali hanno caratterizzato, nel tempo, l’ambientazione della zona.
Il sito ha cambiato funzione nel corso degli anni, infatti in origine, tra il Medioevo e l’età aragonese, era una semplice cava di tufo scavata per avere materiali da costruzione, poi ha, progressivamente, preso le sembianze di un deposito di tutti i corpi di persone meno abbienti, quelli che non potevano permettersi una degna sepoltura in chiesa. Dunque, già nelle sue prime forme, il cimitero si presenta al mondo con compito sociale, ovvero quello di essere la casa di tutte quelle anime che non avevano casa: un posto in cui accogliere gli ultimi, gli esclusi.
La peste del 1656 e, successivamente, il colera dell’Ottocento, provocano migliaia di morti, rendendo impossibile una gestione ordinaria delle sepolture. In quegli anni il cimitero diventa specchio dell’enorme instabilità della città: le cave assumono così le sembianze di un enorme e caotico ossario, dove resti di decine di migliaia di persone si accumulano senza nome e senza identità.
Il luogo rimase abbandonato alla mercé dell’accumulo fino al 1872, quando il parroco Gaetano Barbati promosse la costruzione di un vero e proprio ossario, in cui i resti vennero puliti e disposti in modo ordinato, creando lunghe file di teschi e strutture riconoscibili e scenografiche.
Ed è in quegli anni che nasce tra i napoletani l’usanza di “adottare” un teschio, la “capuzzella”, i fedeli se ne prendevano cura e pregavano per la sua anima senza identità, sospesa tra le fiamme del purgatorio. L’anima, detta “pezzentella”, sperava di ottenere la salvezza e, tramite le preghiere dei suoi nuovi familiari, di poter salire in paradiso. In cambio, ovviamente, i vivi anelavano di ottenere qualcosa: salute, denaro, amore… Se la grazia arrivava, i teschi erano ritenuti sacri e venivano racchiusi in una teca di vetro, diventando subito parte integrante della casa, proprio come un familiare. Anche chi non poteva permettersi teche imponenti si adoperava, con creatività, per cercare un comodo albergo dove far alloggiare la nuova capuzzella. Tra i tanti teschi ne ho notato uno, ad esempio, sistemato simpaticamente in una tenera scatola di biscotti. Al contrario, se nessuna grazia avveniva, i teschi, ormai considerati inutili, venivano presto sostituiti fino a quando la grazia non arrivava alla famiglia.

Dunque, le capuzzelle benvolute, riposte in belle teche, abbellite da fiumi di perle e rosari, hanno vegliato sulle vite dei nostri antenati per secoli, unici custodi di segreti, desideri e passioni magari impronunciabili ad anima vita. E’ proprio per questo, forse, che, entrando, mi sono sentita osservata e, forse, riconosciuta. Credo che un senso di oscura familiarità attraversa ognuno di noi quando varchiamo la soglia di un posto pregno di significato quale è questo. Il disagio dirompe dentro il distratto visitatore quando, evaso per scarsi trenta minuti dal caos mondano, si sente così vicino a chi è passato oltre. E allora, anche le migliaia di stimoli quotidiani e le attività già programmate per il weekend, diventano marginali di fronte alla morte che, in questo spazio ti ricorda fortemente, che è più vicina di quanto si possa immaginare.
Non ci resta che smettere di fuggire dall’inquietudine e dal dubbio, ed iniziare a vagare tra quei resti con il cuore aperto, senza razionalità e logica, ma osservando ed ascoltando, lasciandosi incantare, seppure con timore, dalla nostra stessa storia: una storia in cui Napoli e la morte hanno un rapporto intimo, familiare e privo di paura.


Emiliana Trasi

Mi chiamo Emiliana Trasi, ho 22 anni. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università Federico Il di Napoli, sto proseguendo gli studi in Management del Patrimonio Culturale.
Scrivo di riflessioni su eventi culturali, in particolare ricerco contaminazioni tra le arti nella scena napoletana.

