La nuova galassia del dating moderno
Cresciuta tra i racconti di guerra di mio nonno e le frivole esperienze con l’amore di mia madre, ricordo nitidamente quella che immaginavo sarebbe stata la mia adolescenza mentre saltellavo sulle ginocchia di mia nonna, chiedendole ripetutamente di spiegarmi come avesse conosciuto il nonno.

Se è vero che ogni generazione ha, per sua intrinseca capacità, l’obbligo quasi morale di deviare da ciò che era per creare qualcosa di più aderente a sé, tornando a noi, a me sembra che abbiamo preso troppo seriamente questo concetto. È giusto cambiare, va bene scardinare, ma come abbiamo fatto a passare da un invito a cena a un like su Instagram per dimostrare un interesse (seppur precario) verso l’altro? Quand’è la prima volta che abbiamo lasciato a un algoritmo l’impacciatissimo compito di regolare le relazioni umane? Quale ictus non diagnosticato ha fatto sì che un gruppo di ricchissimi nerd sulla quarantina potesse decidere l’andamento della nostra vita sentimentale aggiungendo a piacimento un tasto a forma di cuore sul fondo destro delle nostre schermate?
Siamo forse la prima generazione le cui vicende amorose, seppur etichettate come libere, sono in realtà orchestrate da altri, e per di più professionisti della tecnologia che stanno lavorando semplicemente per un tornaconto economico. Mi sembra sempre meno assurdo il paragone con le storie di mia nonna, che mi raccontava di come mio nonno dovette chiedere la sua mano al padre e delle struggenti lotte per sposare mio nonno e non l’uomo che la sua famiglia voleva per lei. Beh sì, ora possiamo (chiaramente nella nostra privilegiata bolla di mondo) scegliere con chi stare, ma le regole del corteggiamento moderno sono in mano a sconosciuti e noi non possiamo fare altro che omologarci?
A questo punto mi chiedo: siamo davvero diventati completamente liberi oppure abbiamo soltanto sostituito chi stabilisce le regole? Prima il padre, la famiglia, le convenzioni, oggi piattaforme, interfacce, algoritmi e codici sociali nati attorno a essi. Quale sarà la prossima novità che andrà a soppiantare la tirannia del like alla storia come primo gesto di inconfutabile interesse?
La cosa più assurda è che non esiste un manuale, nessuno ci ha spiegato queste nuove e intricatissime regole del dating. Abbiamo trasformato strumenti progettati per compiere azioni semplicissime come seguire, visualizzare, mettere un like, condividere, in un vero e proprio linguaggio sentimentale. Un linguaggio che cambia continuamente e che ci costringe a diventare interpreti ossessivi di gesti minuscoli. Abbiamo attribuito intenzioni, sentimenti e persino strategie a micro-movimenti di un dito su uno schermo…

La mia non vuole essere una filippica su come i social abbiano rovinato l’amore. Mi chiedo piuttosto come e soprattutto quando il corteggiamento abbia cominciato a parlare la lingua atona delle piattaforme.
Il punto principale, forse, è che il fatidico programmatore, mentre decideva dove posizionare un cuore, non immaginava di star creando un codice di corteggiamento. Ci hanno dato gli strumenti e siamo stati noi a costruirci intorno un dettagliatissimo galateo mediatico, che cambia di anno in anno, aggiornandosi come i nuovi modelli di iPhone.
Il problema è che questo nuovo galateo non nasce in uno spazio neutro, ma dentro piattaforme progettate affinché torniamo continuamente a controllare cosa è successo in nostra assenza. E allora persino l’incertezza sentimentale diventa perfetta per il loro funzionamento. Cos’è che ci ossessiona più dell’attesa? Cos’è che ci rende più ansiosi di un eventuale rifiuto? E ora abbiamo una chiave di interpretazione apparentemente semplice: se aspetto che visualizzi, apro nuovamente l’applicazione, se voglio sapere se pensa ancora a me, pubblico qualcosa sperando che la guardi. L’amore, che di incertezze ne ha sempre avute abbastanza anche da solo, ha trovato un luogo capace di trasformare quelle incertezze in notifiche, accessi e minuti trascorsi davanti a uno schermo.
Abbiamo preso una delle più antiche ossessioni dell’essere umano: sapere se l’altro ci desidera e siamo riusciti a trasformarla in tempo di permanenza crescente su un’app. Difficile immaginare una formula di profitto migliore.
Riflettiamo su quest’ultimo punto, dunque: mentre noi sogniamo, aspettiamo, e diventiamo perfino patetici per attirare l’attenzione dell’altro, gli ideatori di questa ingegnosa macchina guadagnano miliardi di euro!
Emiliana Trasi

Mi chiamo Emiliana Trasi, ho 22 anni. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università Federico Il di Napoli, sto proseguendo gli studi in Management del Patrimonio Culturale.
Scrivo di riflessioni su eventi culturali, in particolare ricerco contaminazioni tra le arti nella scena napoletana.

